giovedì 20 ottobre 2011

Inno Filippesi 2,5-11

Quest'inno è uno dei testi più importanti e al tempo stesso più impressionanti di tutto il Nuovo Testamento. Uno dei più importanti perché qui - in questo antichissimo inno che è una delle primissime formulazioni della nascente fede cristiana - vediamo perfettamente circoscritto il luogo di nascita di questa fede: la storia di Gesù. O la nostra fede nasce qui, o non è propriamente fede cristiana. Una fede che non nasca dalla storia di Gesù - ad esempio contemplando il cielo stellato, pur così bello e a suo modo eloquente; o esplorando le profondità del cuore umano, con la legge morale che forse vi è segretamente iscritta, ma anche con i disegni malvagi che esso riesce continuamente a concepire ed attuare - non è propriamente fede cristiana. Essa nasce qui, dalla storia incredibile che questo inno canta, la storia davvero incredibile di un Dio-non-più-Dio, e poi di nuovo Dio, oppure non nasce affatto. Insomma, quest'inno è un test sicuro per misurare la qualità della fede cristiana.

Ma l'inno, dicevo, è anche uno dei testi più impressionanti del Nuovo Testamento, soprattutto per un verbo e un sostantivo che, applicati a Dio, impressionano davvero. Il verbo è «svuotò se stesso» (in greco ekenòsen): Dio si svuota della sua divinità! Non per perderla, ma per rivestirla di umanità. Il cristiano crede in un Dio che per un tempo si spoglia della sua divinità, che - se è possibile un simile paradosso - è Dio senza esserlo, un Dio svuotato di divinità e ripieno di umanità, un Dio che è Dio in una «forma» che non ha nulla di divino, un Dio che può essere scambiato per un non-Dio. Il sostantivo è «schiavo» (in greco doulos)… Non c'è nessun testo del Nuovo o dell'Antico Testamento in cui l'idea di Dio sia stata sottoposta a un ripensamento così radicale. Nell'Antico Testamento c'è il «Servo dell'Eterno» di Isaia 53. Ma lì è Dio che ha un Servo, non che è lui un Servo! E nel Nuovo Testamento Giovanni dice che la Parola è stata fatta carne, ma carne d'uomo, non di schiavo! Sì, il nostro inno costituisce il ripensamento più radicale dell'idea di Dio che abbia avuto luogo in casa cristiana.

Perciò, se dovessi dare un titolo al nostro inno, gli darei questo: «Da Dio a Dio: come Dio ha rivoluzionato se stesso». Oppure: «Terremoto in cielo: che cosa significa veramente essere Dio». Significa essere il primo? Sì, ma anche essere l'ultimo. Significa essere Signore? Sì, ma anche essere schiavo. Significa essere l'Altissimo? Sì, ma anche il Bassissimo. Significa essere esaltato? Sì, ma anche abbassato. Significa essere adorato? Sì, ma anche flagellato. Significa essere divino? Sì, ma anche umano. Una vera rivoluzione! Forse la più grande rivoluzione mai avvenuta. Forse la rivoluzione più grande non è avvenuta in terra, ma in cielo. La rivoluzione di Dio nel senso di una rivoluzione in Dio, non dunque la rivoluzione che Dio suscita tra gli uomini, ma quella che Dio compie su se stesso è la rivoluzione della libertà. La libertà è sempre rivoluzionaria. Lo è nella storia degli uomini, lo è nella storia di Dio.

È come se Dio, prima di rivoluzionare il mondo, abbia voluto rivoluzionare se stesso. Il mondo ha conosciuto molte rivoluzioni. Ma vi siete mai chiesti perché le rivoluzioni finiscono spesso nel loro contrario, cioè in una nuova tirannia? Certo per tante ragioni, ma una è sicuramente questa: perché coloro che le promuovono vogliono cambiare gli altri, ma non loro stessi. Non cambiando sé stessi, ritornano facilmente le vecchie cose che si volevano eliminare o superare. Ed ecco perché Dio è il vero rivoluzionario: perché prima di rivoluzionare gli altri, ha rivoluzionato se stesso. E questa rivoluzione di Dio e in Dio ha un nome preciso: Gesù di Nazareth, detto il Cristo.

In cosa consiste questa rivoluzione? Consiste in quel verbo e quel sostantivo menzionati poco fa. «Essendo in forma di Dio», Gesù Cristo non reputò : «rapina», o «preda da lasciarsi sfuggire», o «tesoro la custodire gelosamente», l'essere uguale a Dio, ma «svuotò se stesso», o «annichili se stesso», o «si spogliò della sua divinità», o «rinunciò a essere Dio», e prese forme di schiavo, o di servo, divenendo simile agli uomini; ed essendo trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce». Ecco qual è la rivoluzione di Dio e in Dio: è escalation verso il basso, la discesa agli inferi, ma non .gli inferi sotto terra, ma a quelli sulla terra, non gli inferi dei morti, ma a quelli dei vivi. Dio entra personalmente nella condizione umana riassunta nel termine doulos «schiavo», nei tanti significati di questo termine: schiavitù materiale, schiavitù morale, schiavitù spirituale. Dio scende nei bassifondi ella condizione umana, non però come un turista celeste che arriva, guarda e se ne va, ma «divenendo simile» dice il testo. Simile a chi? Simile al più perduto dei perduti, al più lontano dei lontani, al più sconfitto degli sconfitti, al più disperato dei disperati, al più ultimo degli ultimi. E l'esperienza del Salmo 139: «Se mi metto a giacere nel soggiorno dei morti, eccoti quivi [...] Se dico: Certo le tenebre mi nasconderanno, e la luce diventerà notte intorno a me, le tenebre stesse non possono nasconderti nulla, e la notte risplende come il giorno» (vv. 8, 11, 12).

Che cosa significa questa escalation di Dio verso il basso, questa sua discesa agli inferi? Significa tante cose, ne dirò due soltanto.

La prima è che non c'è nessuna condizione umana, neanche la più infelice ed estrema, di cui si possa dire: «Qui Dio non c'è», «in questo inferno non c'è mai stato», «questa pena, questa umiliazione, questo annichilimento, Dio non sa che cosa sia». Sì che lo sa. Non c'è nessun inferno dal quale Dio sia stato o sia assente. E il secondo significato è che se vuoi incontrare Dio, ti conviene scendere piuttosto che salire, hai più pro­babilità di incontrarlo in basso che in alto. Questo testo mi da le vertigini. Non so se sarò mai in grado di capirlo e soprattutto di viverlo. Non so se la mia fede, che cerca continuamente di salire, sia davvero un giorno capace di scendere. Non so se la rivo­luzione di Dio e in Dio, la sua escalation verso il basso, abbia rivoluzionato a sufficienza la mia idea di Dio da consentirmi di seguirlo nella sua discesa agli inferi. Non lo so. So però che la libertà di Dio è quella rivelata da quest'inno: scendere abbastanza da raggiungerci, non nei livelli più alti della nostra umanità, ma in quelli più bassi, là dove nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi.

«Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al disopra di ogni nome» (vv. 9 e 10), cioè il nome di Signore, che come sappiamo è il nome stesso di Dio. Il titolo di «Signore» (in greco Kyrios) è dato a Gesù solo dopo che egli s’è fatto «schiavo» (doulos). L'immensa distanza dal Signore allo schiavo è coperta da Gesù. Dio lo sovranamente innalzato non per premiarlo, ma per rivelare che il vero Dio è quello che si abbassa, e scende, che s'incarna, che si identifica, divenendo "simile agli uomini". Questo innalzamento dunqe non è una specie di ricompensa, è il suggello divino sul percorso di Gesù dal cielo nei bassifondi di l'umanità. Il nome che Gesù riceve è il nome stesso di Dio. Sappiamo tutti qual è. È il nome che gli eb scrivono, ma non pronunciano, il nome rivelato e tempo stesso occultato a Mosè, al roveto ardente ( 3,13-14), il Tetragramma sacro, nelle cui lettere -osservato Levinas da qualche parte - sono contenute tutte le dimensioni del tempo: il presente, il passato, il futuro. Il nome che è dato a Gesù contiene tutte le dimensioni del tempo, come dicono la lettera agli Ebrei: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi ed in eterno» (13,8) e l’Apocalisse: «Io sono l'Alfa e l'Omega, il primo e l'ultimo, colui che era, che è e che viene» (1,8.17). Che cosa vuoi dire? Vuol dire che Dio è passato, presente e futuro. È passa cioè la nostra memoria. È futuro, cioè la nostra speranza. È presente, cioè la nostra vita. E questo Dio passato, presente e futuro, è Gesù, il suo nome è nome di Dio, invocare lui significa invocare Dio, adorare lui significa adorare Dio, ma appunto il Dio «rivoluzionato» che il nostro inno canta, il Dio che è talmente entrato nell'umanità che l'umanità è entrata in Dio, tanto che l'apostolo Paolo può dire che la nostra vita è già ora «nascosta con Cristo in dio) (Col 3,3) e che siamo già «seduti con lui nei luoghi celesti» (Ef 2,6). Perciò, se qualcuno vorrà piegare le ginocchia nel nome di Gesù sappia che le piega sì, davanti alla sua gloria che aveva «prima che i mondo fosse» (Gv 17,5), ma anche e soprattutto da vanti a una gloria ancora più grande: quella del suo abbassamento e della sua escalation verso il basso sappia che egli piega le ginocchia davanti a un Dio nel quale è entrata l'umanità che era perduta ed è stata ritrovata, era schiava ed è tornata libera, era morta ed è tornata in vita. Dio si è abbassato in Cristo affinché noi, che eravamo in basso, potessimo in lui essere innalzati.

Paolo Ricca (estratto da "Inno di Filippesi 2,5-11. Kenosis ed esaltazione" in «Rileggere Salmi, Cantici, Inni», Morcelliana, Brescia 2011, 132-138

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